Taccuino d’autore di Antonella Ferrara: Il suo personale ricordo di Paul Auster

“Quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia immaginaria, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più”.

L’immaginazione come antidoto agli insulti del caso. Rimedio, non fuga. La scrittura come atto creativo per selezionare le sorprendenti variabili da sovrascrivere al reale. E così lasciarsi attraversare, non travolgere da quella lotteria imprevedibile che è il gioco dell’esistenza.

È la lezione più alta di Paul Auster. Lo ricordiamo con emozione e commozione, ospite di Taobuk appena due anni fa, lo sguardo velato di una tristezza indicibile per l’ennesimo lutto familiare, mentre covava la malattia latente che lo avrebbe consumato. E adesso che questo grande della Letteratura non c’è più, siamo ancora sedotti dalla sua grazia ed eleganza nel porgersi all’interlocutore. E crescerà la schiera degli innumerevoli lettori che già lo amano, conquistati da una penna che ha saputo tradurre in dense pagine una autobiografia di ferite rimarginate ma segnate da profonde cicatrici. Una meditazione in cui ogni gioia è stata pagata a prezzo di tragedie atroci, laddove la nascita è già presagio di morte. Quella stessa falce che ieri ha portato via lo scrittore dopo la giostra di una vita intera, in cui l’ombra del fallimento aveva con fatalistico accanimento ritardato i traguardi artistici e l’appagamento dei sentimenti.

Tutta la produzione di Paul Auster è un canone inverso che dimostra con quanta sovrumana indifferenza il Fato raramente premia e più spesso tende agguati senza scampo. Lo raccontava a Taobuk riassumendo il senso ultimo del libro-mondo “4321”: è la caducità del destino a segnare appunto il primato dell’immaginazione, l’unica capace di aprire le sliding doors di infinite possibilità e rovesciare la casualità che spazia via progetti e sogni. Quante volte, rileggendo i suoi libri, mi sono ritrovata a ridefinire la valenza dell’imponderabile nella vita di ognuno, nella mia vita. Così come non dimenticherò, e chi c’era non dimenticherà, quel fine settimana di giugno. Sentire parlare di letteratura e politica il padre del postmodernismo, coglierne la cosmica eppure composta solitudine. Sembrava di respirare il nostro Leopardi, amatissimo da Auster, quasi a perpetuare quella sentenza per cui la natura matrigna è implacabile, quando prende ma anche quando dà. Un pessimismo, però, affatto rinunciatario né rassegnato, se ha spinto l’autore di capolavori come “L’invenzione della solitudine” e “Invisibile” a combattere in prima linea battaglie per i diritti e le libertà civili, a baluardo della democrazia nordamericana. All’umanità in balia dell’imprevedibile non resta infatti che un inclusivo afflato di solidarietà, come agli antieroi della “Trilogia di NewYork”, sperduti nella notte di una metropoli tentacolare, metafora del violento villaggio globale che aspirerebbe ad essere finalmente pacificato per dare tregua ad esseri umani che non hanno certo bisogno di ostacoli ulteriori rispetto a quelli orditi dal capriccio della sorte.

Perciò nello stesso momento in cui lo rimpiangiamo, eccoci a congedare Paul Auster tra le persone – citiamo ancora le sue parole – “abbastanza fortunate”, perché capaci di decodificare la realtà senza farsene schiacciare. Per approdare ad un grado di consapevolezza in cui il dolore cambia nome e diventa fardello necessario per incontrare il proprio destino. Come il personaggio di Baumgartner, testamento spirituale concepito a seguito della diagnosi infausta che Auster ha combattuto protetto dall’amore della moglie, la poetessa Siri Hustvedt. A lei la più sincera vicinanza e l’invito, quando lo vorrà e sarà pronta, ad onorare il festival con la sua presenza.

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