Javier Cercas – Siamo così: puro desiderio insoddisfatto

Ha ragione da vendere, poiché non siamo mai soddisfatti: se capita a Mick Jagger, può accadere a tutti noi. Siamo tutti più o meno come Sisifo, il cui castigo era trascinare un masso lungo le pendici di un monte cercando di raggiungerne la vetta. Il masso immancabilmente finiva per rotolare verso valle prima di averla raggiunta e, di conseguenza, Sisifo era obbligato a ridiscendere da capo il fianco del monte e cominciare di nuovo a spingere il masso. Siamo tutti più o meno paragonabili a Tantalo, condannato a vivere in prossimità di un lago, sotto un albero carico di frutti. Ma ogni volta che cercava di bere o di nutrirsi, acqua e frutti si allontanavano.

Siamo così: puro desiderio insoddisfatto.

È la nostra natura. È ciò che ci definisce. Eccezion fatta per Mick Jagger, vedi (I Can’t Get No Satisfaction). Che io sappia, nessuno meglio di Arthur Schopenhauer comprese questa verità: solo che egli chiamò volontà ciò che io chiamo desiderio.

Per Schopenhauer, la volontà è il fondamento dell’Universo: una forza cieca e irrazionale che consiste nella pura ripetizione del piacere, in un insaziabile e instancabile desiderio, senza ragione, né legge e principi. Si tratta della stessa essenza indistruttibile dell’uomo il quale, proprio per questo motivo è destinato a soffrire. La nostra vita è fatta di desiderio perpetuo e incessante, senza che tuttavia sia possibile soddisfare quest’anelare che è, per definizione, inesauribile e infinito.

Per questo, per non soffrire (o per soffrire il meno possibile), Schopenhauer suggerisce la distensione e la rinuncia alla volontà. Per lui vivere bene significa rinunciare a qualsiasi forma di lotta, annullare tutti i desideri e perseguire qualcosa che somigli all’atarassia dei greci o, ancor meglio, al nirvana dei buddhisti. Direte che la soluzione di Schopenhauer può sembrare tediosa. No, io dico di no. Inoltre – visto che lo sostiene proprio lo stesso Schopenhauer, il quale argomentò, non senza motivo, che viviamo fra noia e dolore – meno c’è dolore più c’è noia e meno noia c’è più proveremo dolore. Tuttavia, non solo ciò venne compreso da Schopenhauer – decisamente molto prima di Mick Jagger – ma anche da Candide, il personaggio di Voltaire. Alla fine della sua terribile avventura, quando finalmente raggiunge la pace attraverso il matrimonio e riesce persino a condurre una vita tranquilla insieme agli amici e ai compagni di fatica, uno di loro, una vecchia che si annoia come gli altri, si chiede: «Vorrei sapere cosa sia peggio: esser violentata cento volte da pirati neri, farsi affettare una natica, prender bastonate dai bulgari, essere frustata e impiccata durante un auto da fé, finire imbalsamata, remare a bordo di una galera e, infine, riuscire a sopportare tutte le miserie che mi hanno colpita in passato, o stare qui a non fare nulla?».

Schopenhauer risponderebbe così a questa domanda: il dolore è peggio. Per contro, Friedrich Nietzsche, il suo miglior discepolo, risponderebbe il contrario: la peggior cosa è annoiarsi. (Il miglior discepolo di Schopenhauer fu, in effetti, il suo principale critico e la cosa non è affatto rara: in fin dei conti, Aristotele, il più brillante discepolo di Platone, fu il fondatore dell’antiplatonismo). D’altronde se Schopenhauer perora l’eliminazione o la riduzione della volontà ai minimi termini, Nietzsche fa il contrario, affermandola.

Per Nietzsche, Schopenhauer, addossando colpe alla volontà, proprio come il cristianesimo, stava commettendo l’errore di colpevolizzare la vita, a condizione che vita e volontà potessero identificarsi. Il risultato è dunque che, mentre per Schopenhauer il mondo è essenzialmente dolore, per Nietzsche è essenzialmente tragedia: per quanta sofferenza provochi la vita, l’essere umano deve affermare la sua volontà di viverla e, anche se non sempre ne trarrà vantaggio, ciò lo renderà più umano.

Dei due, chi ha ragione? Schopenhauer o Nietzsche? Che cos’è meglio? Fare il possibile per evitare sofferenze anche a rischio di annoiarsi oppure alimentare la volontà, pur sapendo di soffrire? Occorre avanzare dei sospetti su questo punto e su quanto Schopenhauer abbia ragione rispetto a Nietzsche, proprio perché l’istinto vitale nietzschiano è assai più raro fra i vecchi che fra i giovani, quasi sempre più temerari, con meno esperienza e meno massacrati dalla vita degli anziani che, in genere, si considerano più saggi. Credetemi, si tratta di un presupposto eccessivo, da qualsiasi lato lo si esamini, almeno in qualche caso: io stesso mi ci imbatto ogni mattina di fronte allo specchio.

(Traduzione di Paolo Maria Noseda)


Taobuk 2019 | Desiderio