Lo scorso 27 marzo la Presidente Antonella Ferrara ha preso parte alla Pavia Innovation Week con un intervento sul talento: le sue radici nel desiderio, il suo rapporto con il tempo, il legame costitutivo con la comunità. Un pensiero che si intreccia strettamente con il tema della sedicesima edizione del festival – la fiducia.
“Il talento come atto di fiducia”. Antonella Ferrara alla Pavia Innovation Week
Il talento come atto di fiducia
L’editoriale di Antonella Ferrara
C’è un luogo in cui il tempo diviene eterno e contempla nel suo essere l’antichità e il futuro. Questo luogo è il gesto dell’artista, quello sguardo che sa farsi forma di ciò che ancora è in divenire.
Nell’umiltà di un gesto che è umano e che l’esperienza umana travalica – artigiano e visionario a un tempo, incarnato nella vulnerabilità della natura e potentissimo nella sua visione di futuro – c’è il richiamo di un desiderio irrevocabile e fondativo. È nel desiderio che prende forma il talento, perché del desiderio il talento è emanazione e verbo. Desiderare è tensione al segno che sa partecipare di un tempo che dice di eternità e di ignoto, che chiama il futuro con segni capaci di entrare nel lessico straordinario di comunità in costante evoluzione, partecipi di un paesaggio che deve farsi comune e interagito, nutrite nei miti e nei simboli delle nostre antichità ma spinte dalla tensione verso i paesaggi ancora in nuce delle società future.
Gli artisti – coloro che indagano la materia del segno, della visione, della narrazione, del sentire umano, dei destini singoli posti di fronte alla Storia, della vulnerabilità della traiettoria umana a cospetto di quell’ignoto che per noi tutti rappresenta il vivere – ci dicono che facciamo parte di una comune narrazione inscindibile. Nell’artista vive la fragilità e la straordinarietà dell’umano, con i suoi riti quotidiani, con le imprescindibili necessità del vivere e l’anelito alle infinite possibilità dell’espressione e dell’indagine. In questa tensione tra esperienza individuale e mito collettivo vive il suo tessere un lessico inedito, il plasmarsi del suo sguardo sul mondo, la sua indagine sulle fratture e le incrinature di superficie del reale. Da quelle fratture filtra la luce del tempo che sarà. Tra le crepe delle collisioni delle nostre collettività in trasformazione germogliano i semi delle società future.
Il talento nasce dalla fiducia in questi crinali, nei margini temporali e nelle congiunture tra l’antico e il domani, in una dialettica costante tra appartenenza e ignoto. Il desiderio che si fa talento abita quei margini, si fa testimone di un segno e di un alfabeto che sanno essere, a un tempo, antichi, presenti e futuri.
Nell’altro rimane inevitabilmente un mistero, qualcosa di insondabile che richiama il nostro stesso mistero e che, dall’antichità, ha spinto gli uomini al desiderio di conoscenza, alla tensione alla luce. Conoscenza, il cum-gnoscere. C’è un paesaggio liminale in ogni forma di esperienza umana, un lembo di prossimità in cui due destini si lambiscono — e così infiniti altri. La responsabilità di accogliere questo paesaggio di margine, di accogliere l’altro in noi, il suo mistero così prossimo al nostro, le fratture del suo sentire e del suo vivere, l’insondabilità che rende fratello ogni destino umano, trova la sua possibilità in quel patto di fiducia che gli uomini scelgono di fare sentendosi simili. L’arte si muove su questo paesaggio liminale, sulle fratture e sui crinali che dicono del nostro passaggio in questo luogo e in questo tempo.
Un atto di fiducia: questo è il senso dell’essere insieme, comunità pensanti che si interrogano sulle infinite immagini e possibilità del domani. Il talento sostiene la possibilità di decodificare i germogli di questo desiderio di vicinanza, dell’urgenza di riconoscersi umani — vulnerabili e potentissimi a un tempo — desiderosi di un luogo profondo di ascolto. Per questo il tema di Taobuk 2026 è dedicato alla parola fiducia. Fiducia nello sguardo e nel talento degli interpreti del contemporaneo, fiducia che l’arte, la musica, la letteratura e il racconto del mondo possano continuare a nutrirci di domande e di visioni.
Spesso ho sentito il mio lavoro come una missione: costruire il paesaggio in cui fosse possibile questo incontro. Creare un luogo – come Taobuk è diventato negli anni – in cui gli artisti visivi, gli scrittori, i compositori e gli interpreti più importanti del nostro tempo uscissero da una dimensione di cristallizzata celebrazione e incontrassero i cittadini in agorà aperte, condivise, in vibrante ascolto. Quando personalità celebrate incontrano una comunità partecipe e pongono il loro destino in una relazione intimamente umana, accade di assistere a momenti di incontro profondissimo.
Questo è Taobuk: quel paesaggio sognato e divenuto reale in cui straordinari artisti – nella presenza vulnerabile della loro esperienza più umana e nella fertilità della loro visione – accolgono la responsabilità di essere testimoni e interpreti del nostro tempo e scelgono di essere al nostro fianco, uniti a uno stesso desiderio di futuro. Quest’anno a Taormina avremo voci diversissime – da Adonis a Dacia Maraini – ma tutte accomunate da questo: continuano, ogni giorno, a scegliere di fidarsi del proprio sguardo.
Esattamente in questa prossimità nasce l’atto rivoluzionario di un patto di fiducia, quell’assunzione di responsabilità che travalica e supera il talento definendone la centralità. Il talento è dono e scelta: è quell’assunzione che tiene insieme una visione di antico e di futuro, che pone l’artista con il proprio corpo tra le persone, nelle comunità in ascolto, nelle società in trasformazione, nelle fratture e nei crinali in cui nasce la speranza, nelle ferite aperte dove il dolore si trasforma in visione di futuro e i frantumi del tempo in immagini di domani.