La filosofa Ágnes Heller spiega il rapporto Padri e figli nella Bibbia, in occasione del Taobuk 2017. Traduzione di Miriam Capaldo e Cristina Guarnieri.

La famosa teoria di Freud sul formarsi dell’immagine di un solo Dio non è supportata dai testi tradizionali. Come è noto, Freud suggerisce che all’inizio dei tempi i fratelli avrebbero ucciso il padre e che, per espiare, avrebbero cominciato ad adorarlo come Dio. Ma nei testi tradizionali, al contrario, è il padre a uccidere i figli o il figlio i suoi fratelli.

La mitologia greca comincia con la storia del dio-padre (Cronos) che divora i propri figli, per evitare la nascita del tempo, della successione, della Storia in un mondo di identità atemporale. La Bibbia (che non è un mito, ma una serie di storie umane e di leggende) sostituisce i simboli del mito con parabole di taglio narrativo. Al posto di Cronos troviamo dunque il faraone egizio che, per impedire lo svolgersi della Storia, ordina l’uccisione di tutti i neonati maschi ebrei. La storia si ripete circa duemila anni dopo, quando Erode ordina la strage di tutti i neonati della Giudea. In entrambi i casi Dio interviene tramite gli angeli e i suoi aiutanti umani. Il Dio di Israele è cioè il Dio della Storia, il Dio del tempo, del futuro. E si trova a fianco dei figli.

Anche la storia dell’aaqedah (il sacrificio di Isacco da parte del padre Abramo) può essere letta allo stesso modo. Come ha fatto, per esempio, Derrida, interpretandola come un modello. Dalle origini della Storia, i padri hanno sempre sacrificato i figli, dice Derrida. Li hanno mandati in guerra a combattere e morire per difendere il potere, la ricchezza, la posizione, la dignità dei padri.

L’interpretazione di Derrida non è senza fondamento. Prima di Isacco, Abramo aveva avuto un altro figlio, Ismaele, il figlio della concubina Agar. Dalle Scritture sappiamo che Abramo mandò il figlio a morire. Non l’aveva ucciso con le proprie mani, ma lo aveva esposto senz’acqua né cibo alle forze della natura. Ma l’Onnipotente, il Dio della Storia, era già lì, dalla parte del futuro, del figlio. Salvò Ismaele tramite l’aiuto dell’angelo, per il futuro.

Possiamo anche supporre che lo stesso Abramo avesse male interpretato la voce di Dio che gli ordinava di sacrificarGli il figlio. Si era effettivamente deciso a sacrificare Isacco, il figlio amato, per fermare il tempo. E tuttavia Dio, il Dio della Storia, salvò anche questo bambino. L’eternità doveva rimanere peculiarità di Dio, mentre alle creature si addicono il tempo e la storia e quello avrebbe dovuto essere il destino dell’uomo. L’aaqedah si può interpretare in effetti anche in questo modo.

Sappiamo, sempre dalla Bibbia, che Isacco e Ismaele seppellirono insieme il padre. La vita dei figli è la morte dei loro padri. In tale prospettiva, in questa prospettiva simbolica, Freud aveva, forse, ragione.

Non molto dopo, nella Bibbia incontriamo Giacobbe, il prediletto della madre, che imbrogliò il padre e il fratello, rimanendo però ancora prediletto da Dio. Lo stesso Giacobbe, che procreò dodici figli e una figlia, predilesse un figlio su tutti. Hybris, direbbero i greci, gli dei lo avrebbero punito per questo. Ma il Dio di Israele la pensava diversamente. Innanzitutto perché anch’Egli era incline ad avere dei prediletti, e intanto correggeva gli sbagli di natura. In secondo luogo, perché in quanto Dio della Storia anche stavolta rimase dalla parte del futuro, dell’amore e del lieto fine.

L’amore del padre, sia quello del padre terreno che quello del padre celeste, era corrisposto. Senza la memoria del padre terreno e della sua relazione personale con il Padre celeste Giuseppe, il governatore dell’Egitto, sarebbe stato totalmente assimilato nel mondo del suo successo. In questo caso, la catena della Storia sarebbe stata spezzata. L’amore di Giuseppe per il padre terreno e la sua relazione intima e personale con il padre celeste si dimostrano più forti persino della sua autoindulgenza. Nel momento in cui si palesa ai fratelli, la prima domanda che porrà loro sarà: “Come sta vostro vostro padre?”. Dovrebbe soltanto venire, venire da lui e lui, Giuseppe, si prenderà cura del padre e del suo popolo. La relazione padre-figlio si è ribaltata, Giuseppe diventa padre di Giacobbe.

Ma il futuro e la Storia non sono ancora assicurati. Giuda, portatore della divina benedizione, rimane senza figli. Suo figlio rifiuta di usare il seme per fecondare la moglie, la vedova di suo fratello. A causa del suo peccato, la catena della Storia sarebbe stata spezzata. E tuttavia Dio, lo Spirito della Storia (come ha detto Thomas Mann: der Geist der Geschichte), non poteva permettere che accadesse ancora. Tamar, la vedova senza figli del figlio malvagio, finse di praticare la professione più antica, sedendo sul ciglio della strada ad aspettare i clienti. Giuda, il portatore della divina benedizione, fece l’amore con lei, e il risultato furono due gemelli.

Lo Spirito della Storia può ora pacificarsi, siamo quasi alla strada maestra, lungo la quale arriveremo sani e salvi fino a Re Davide, a Gesù di Nazareth e a noi.

Ora mi allontanerò dalle storie fondatrici della preistoria e continuerò con la storia politica, guardando ai conflitti biblici tra padri e figli. Non c’è più bisogno dell’intervento divino o angelico, non c’è bisogno di dare una spinta alla Storia. Arriviamo a un mondo interamente umano, a un mondo di libere scelte. Padri e figli d’ora in avanti sceglieranno di combattere l’uno contro l’altro o di non farlo. Arriviamo così al primo e al secondo Libro di Samuele.

Samuele poteva non avere un complesso paterno, poiché suo padre aveva giocato un ruolo meramente biologico nella sua vita, e cioè si era limitato a concepirlo. Sua madre, Anna, lo aveva offerto a Dio ancor prima di averlo in grembo. Dopo aver svezzato il bambino, Anna lo mandò a casa di Eli, il sommo sacerdote.

Ho già detto che Dio correggeva la natura costantemente, specialmente la genetica, che spesso sceglieva i suoi prediletti liberamente, contro i capricci della consuetudine naturale. Così come aveva già scelto Giacobbe su Esaù, il primogenito. Lo stesso è accaduto anche nel caso di Samuele. I figli di Eli, eredi naturali al più alto sacerdozio, si sono fatti corrompere e hanno rubato degli agnelli sacrificali. Nessun problema! In quella casa viveva il bambino Samuele, che voleva essere guardato (da Dio) come il figlio spirituale di Eli di contro ai tre figli dei suoi lombi. Il figlio spirituale, così decise Dio, avrebbe seguito Eli nel suo ufficio sacro.

Come sappiamo dalla Bibbia, Samuele fece più di questo. Infatti fu lui a inventare l’“ebraicità” e lui a consacrare i primi Re di Israele, Saul e David, e forse fu anche il testimone del primo conflitto “laico”, meramente terreno, tra padre e figlio.

Non so quanti psicologi abbiano affinato le loro abilità studiando la personalità e le attività di Re Saul. La diagnosi biblica dei suoi sintomi è tuttavia chiara. Il Re Saul era maniaco-depressivo. Il giovane David fu invitato a corte per alleviare con la sua arpa le sofferenze del Re dalla melancolia e la generale impotenza. Dopo i primi successi di David, Saul divenne non solo irrazionalmente geloso del giovane, ma anche incapace di controllare la propria rabbia. I suoi parossissimi si susseguivano, non riusciva a liberarsi dell’idea fissa che David fosse in procinto di ucciderlo, anche se per due volte gli fu dimostrato che i suoi sospetti erano infondati. La Bibbia descrive anche un paio di suoi accessi: si indebolì nei fianchi, cadendo improvvisamente in terra, diventando incapace di bere e mangiare. Poi, dopo un accesso di rabbia, Saul improvvisamente disarmò David, lo chiamò suo figlio, gli chiese perdono, ammettendo il suo peccato. Per poi cominciare di nuovo a perseguitarlo follemente… Non ascoltò nemmeno i ragionamenti e le suppliche di suo figlio Gionata. Stando alla Scrittura, Saul era ossessionato da uno “spirito maligno”. In breve, in Saul erano presenti tutte le condizioni psicologiche perché diventasse un despota orientale, e tuttavia ce ne furono anche altre che gli impedirono di diventarlo. Una di queste era, forse, la resistenza di Samuele.

La narrativa qui ci dice di una nuova e molto specifica relazione padre/figlio, tra Saul e il suo figlio maggiore Gionata. Nella Bibbia, dove tutti possono peccare almeno una volta senza perdere la benedizione divina, dato che siamo tutti mortali, umani, Gionata è l’unico mortale in tutta la Bibbia ebraica che non pecca o non erra neppure una volta. E non solo in rapporto ai criteri etici del suo mondo e della sua epoca ma anche, se così posso dire, se messo a confronto con la moralità universale. Gionata ama David, sa che David è giusto verso il proprio padre, e dice a suo padre che è in errore. Salva David dalla collera paterna. E tuttavia ama suo padre, gli è vicino, perché sa che Saul è malato, e che deve salvare suo padre innanzitutto da se stesso. Alla fine muore in battaglia insieme a lui.

C’è una cosa che David ebbe bisogno di imparare dalla vita di Saul. Tutti possono peccare, poiché siamo tutti umani, anche se non è sufficiente dire: “Ho peccato, ho sbagliato, perdonami”. È stata una lezione importante, poiché lo stesso David ha sviluppato una tendenza ai cambiamenti d’umore repentini. L’avremmo potuto notare già nel primo libro di Samuele, dove spesso piange, si lamenta, geme, può diventare “sentimentale” mentre piange, così come può abbandonarsi a una gioia incontrollabile, per esempio quando balla  seminudo intorno all’Arca dell’Alleanza.

Quando David piange Saul e Gionata, la sua tristezza si fa poesia (secondo gli studi biblici, questo poema non sarebbe stato scritto prima del VII secolo a.C.):

Il tuo vanto, Israele,

sulle tue alture giace trafitto!

Una grande pena ho per te,

fratello mio, Gionata!

Tu mi eri molto caro;

la tua amicizia era per me preziosa

più che amore di donna.

Mentre cantava in lode di Gionata, David non poteva ancora sapere che uno dei suoi figli prediletti non gli sarebbe rimasto leale quanto Gionata lo era stato con Saul.

David generò molti figli dalle sue diverse mogli e concubine. Conosciamo i loro nomi ma non sappiamo quasi nulla della relazione che ebbero con il padre né di quella che David ebbe con loro. Lui non nutriva un sentimento speciale neppure per Salomone. Non nella Bibbia. Il fatto che Salomone era divenuto l’erede di David non è dovuto alla specifica relazione con suo padre ma, ovviamente, all’energica Betsabea, la seconda Rebecca della Bibbia: sembra che facesse pressione sul vecchio per favorire il proprio figlio.

L’unico figlio che sappiamo David amava teneramente, ricambiato con lo stesso affetto, era il figlio ribelle Assalonne. 

La storia della ribellione di Assalonne è, per così dire, tipica, si ripeterà tante volte, in tanti paesi, fra molte genti. Il figlio desidera occupare il trono del padre, recluta un esercito, quasi riesce nell’impresa, e il re si dà alla fuga. E tuttavia, alla fine, grazie alle abilità del grande generale (in questo caso Ioab) il Re riconquista il suo trono. Il figlio viene ucciso nell’ultima battaglia.

Questo caso, tuttavia, si distingue dagli altri. Prima di tutto da una prospettiva storica. La battaglia è anche la continuazione del conflitto tra Saul e David, fra le tribù di Israele e la tribù di Giuda (lo storico è dalla parte di Giuda, anche se cerca di rimanere “obiettivo”). Ma anche perché è una storia molto personale, un dramma familiare, una tragedia familiare, simile alle tragedie greche. Benché nelle tragedie greche ci sia la lamentazione, non c’è sentimentalismo. La tragedia ricorda la scultura, non la pittura. Pericle fu lodato per non aver versato lacrime alla morte dei  figli. Gli eroi biblici non si sarebbero meritati tale elogio.

La storia di Assalonne inizia con la guerra fratricida. Il fratellastro Amnon, il figlio primogenito di David, aveva stuprato la sorella Tamar. All’inizio Assalonne non reagisce, ma dopo essere stato testimone del tormento e del dolore della sorella prende a odiare Amnon. Infine lo fa ubriacare e uccidere. Fugge per scampare alla collera del padre. Dopo tre anni, David ascolta il consiglio di Ioab e lo richiama dall’esilio. Il consiglio di Ioab è motivato politicamente, poiché Assalonne è amato dalla gente (tra le altre cose per la sua bellezza); e tuttavia David non è riconciliato: non lo vuole vedere.

Questo è il punto in cui inizia il conflitto tra le generazioni. Assalonne diventa popolare in Giudea e Israele. Lui, populista ante litteram, promette alle persone di tutto: che, a differenza di David, accoglierà benevolo chiunque lo voglia vedere; che ascolterà ogni lamentela e darà giustizia a ciascuno. Il cuore di Israele si rivolge a lui, dice la Bibbia. Re David scappa, Assalonne entra a Gerusalemme. In seguito, così scrive il nostro storico, seguendo il consiglio di Ioab, David attraversa il Giordano. Assalonne lo insegue. È qui che si combatte la battaglia finale; sarà la Filippi di Assalonne.

E tuttavia accade qualcosa che non ha nulla a che vedere con la storia politica. Durante la battaglia decisiva, David aveva un’unica preoccupazione: “Cosa succede ad Assalonne?”, “Il giovane Assalonne sta bene?” chiedeva a tutti.  Quando apprende di aver vinto e che Assalonne è morto, David si ritira nella sua stanza per gemere, piangere, penare. “Figlio mio Assalonne, figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne figlio mio, figlio mio!”. Mentre il Re non smetteva di piangere e lamentarsi, Ioab si arrabbiò: “Tu fai arrossire oggi il volto di tutta la tua gente”, disse. “Se Assalonne fosse vivo, e noi quest’oggi fossimo tutti morti, questa sarebbe una cosa giusta ai tuoi occhi (…). Alzati, esci (…) se non esci neppure un uomo resterà con te questa notte; questo sarebbe per te un male peggiore di tutti quelli che ti sono capitati”. Abbiamo vinto una guerra per te, la tua famiglia, i nostri uomini sono morti per te, e tu piangi per il nemico?, continuò, e a ragione. Così David capì, si alzò e andò a sedersi alla porta.

Come ho detto, durante questo conflitto non appare nessun angelo divino, a volte gli uomini decidono bene, altre male. Lo spirito di Samuele, come sappiamo, non consiglia l’uomo vecchio e fiaccato. Gionata, suo figlio, lo aveva avvertito, ma Saul non ascoltò i suoi consigli. Gli uomini non soffrono a causa dei propri errori, ma nemmeno a prescindere da questi.

Nella Bibbia non è all’opera la Moira, il fato non decide. Non accade ciò che vogliono o decidono gli uomini o le donne, e tuttavia nulla accade indipendentemente dalla loro volontà o dalle loro decisioni. David si rivolge spesso a Dio di fronte a una battaglia decisiva o prima di assediare una città, implorandolo di anticipargli gli esiti della sua decisione. Ascolterà soltanto lui. David si comporterà poi secondo il “consiglio di Dio”, e cioè secondo la propria intuizione. E tuttavia David non si rivolge mai a Dio per un consiglio quando deve prendere una decisione riguardo a un altro essere umano, che siano le sue mogli, i figli, le concubine, i generali, o il suo popolo. Sa che in questi casi Dio non elargisce mai consigli, farà decidere l’uomo da sé. Gli uomini decidono liberamente.

Assalonne è morto contro la volontà e il desiderio del padre. È stato un caso che i suoi splendidi capelli si siano impigliati nei rami di una quercia, i soldati lo volevano morto perché aveva ucciso i loro compagni.

Nei conflitti tra padri e figli non è la Storia il giudice finale. E non lo sono neppure gli uomini. Dopo aver occupato il trono, uno dei primi atti di Re Salomone, il figlio, è di ordinare l’esecuzione di Ioab. Qui nemmeno la Bibbia si schiera.